Widows: Eredità Criminale, la recensione
In Widows: Eredità Criminale una rapina semplice che pare complicata e un'elezione si intrecciano
Un colpo va male, la banda che lo aveva portato a termine viene massacrata. Le vedove dei membri nemmeno si conoscevano, sono donne diverse con idee, obiettivi e vite diverse, alcune di queste però sono messe in seria difficoltà dalla scomparsa degli uomini che frequentavano o con i quali avevano avuto dei figli. La soluzione è il libretto di uno di loro, il capo, sul quale sono appuntati tutti i dettagli del prossimo colpo, un’operazione molto facile per la quale tutto è già stato organizzato. Basta metterla in pratica.
Questo spunto nelle mani di chiunque altro sarebbe diventato una commedia o sarebbe stato quantomeno irresistibile dargli venature ironiche (donne non avvezze al crimine che devono diventare criminali e fare cose da uomini non essendo pronte, allenate o preparate). Steve McQueen invece ne fa un film grave, serio e ponderato, che affonda le mani nelle viscere di una ognuna di queste donne, uno in cui i momenti più leggeri suonano fuori posto (ed è incredibile che i personaggi stessi se ne accorgano). Quello che è accaduto è una tragedia e quest’idea del colpo potrebbe peggiorare tutto, non unirà nessuno, non creerà un gruppo di amiche ma deve salvare la vita a tutte.Dall’altra parte c’è anche una storia di bianco e un nero. C’è un candidato al consiglio comunale membro di una famiglia ricca storicamente esponente della politica locale potrebbe non essere eletto. Il distretto cui fa riferimento è stato ridisegnato e ora include nuove zone. C’è un nuovo avversario, un nero, che ne vuole approfittare. Sembra la rivincita della classe popolare sull’élite bianca ma il nero è un ex gangster che vuole ripulire i suoi affari senza interromperli grazie all’ascesa politica. Le due storie si uniranno ad un certo punto con un punto di contatto non difficile da immaginare.
Steve McQueen riesce a fare in modo che bianco e nero non contino niente, per quanto il colore della pelle dei candidati sia un’arma determinante, perchè è una storia di potere bianco e potere nero, il potere delle elite in giacca e il potere nero dei fratelli neri e del crimine. Entrambi pessimi. E così del resto le mogli dei criminali morti capitanate da Viola Davis, quella che le ha radunate e ha trovato il libretto degli appunti, sono in molti casi maltrattate o sottovalutate dai loro uomini senza che questo prenda mai il proscenio.Questo tono dimesso e grigio, perfettamente riassunto nell’espressione vuota e determinata di Viola Davis, è una questione di controllo e recitazione. McQueen non esagera e dirige come un veterano del cinema thriller o d’azione, essenziale e inesorabile. Ogni scena va dritta al punto con il minimo dei gesti e il massimo della chiarezza, lavorando moltissimo sulla recitazione. Viola Davis finalmente mette a frutto l’intensità che sbandiera in ogni film cui partecipa (non sempre a fuoco), Robert Duvall è clamorosamente in forma mentre Colin Farrell evita i manierismi esagerati che spesso lo caratterizzano. Anche Liam Neeson è dimesso ed efficace, così misurato che sembra di averlo riscoperto. E anche chi non brilla quanto gli altri, come Cynthia Erivo, Bryan Tyree Henry o Michelle Rodriguez, è impeccabile. Tra tutti però chi davvero emerge è Elizabeth Debicki, che conferma di essere la promessa più importante del cinema americano attuale (per quanto lei sia australiana), l’attrice più interessante, potente e capace tra quelle che ancora non sono arrivate ad un ruolo da protagonista assoluta in un film di primo piano.