Una Vita da Gatto, la recensione

Kevin Spacey annaspa e Christopher Walken invece sembra esaltarsi come portatore sano di cinema fantastico dentro le pieghe di Una Vita da Gatto

Critico e giornalista cinematografico


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Come in una ruota della fortuna un film su o con gli animali tocca a tutti i grandi attori. Possono essere della Disney come della concorrenza, drammatici come Io e Marley o Hachiko, oppure (più frequentemente) commedie familiari, ma prima o poi tocca a tutti. A Kevin Spacey è toccata in sorte forse la scelta più facile, cioè il freaky friday dei gatti, un film cioè in cui, per una sorta di punizione divina, la sua coscienza di spietato business man dei grattacieli è trasferita in un gatto. Molto lavoro di doppiaggio e poco di recitazione sul set, con Jennifer Garner e i due figli (uno grande e una piccola) a cui mancano attenzioni, dettaglio che il periodo dentro al gatto riuscirà a mettere in luce, di fatto redimendolo dal peccato di aver costruito un impero e avergli dato una vita da privilegiati nababbi.

Vita da Gatto, nonostante lo vorrebbe, non riesce però a lavorare su un doppio binario e nonostante il grande sfoggio di fotografia e di computer grafica, per animare il gatto in questione, rimane un prodottino piccolo.
Paradossalmente a spiccare di più non è tanto Spacey quanto Christopher Walken, gattaro magico di un negozio di animali domestici, artefice della trasformazione e una specie di signore occulto bonario che gira all’interno del film distribuendo carisma e facendosi sano portatore del fantastico. In questa commedia da Fifth Avenue, tutta ultimi piani di grattacieli, concierge e vita da alti livelli, Walken è l’anziano dai capelli dritti e la parlata strana che pare sapere tutto.

Non è un caso però che dentro la più convenzionale (ma ben eseguita) delle storie, emerga più una spalla di un protagonista. Confinato del ruolo dello spietato uomo di potere che già ha interpretato diverse volte, Spacey un po’ arranca, non trova mai modo di lavorare su più piani, di essere cioè contemporaneamente quel che il film necessita e quel che a lui diverte, invece Walken, per la seconda volta distributore di “magia” in un mondo che l’ha dimenticata (già in Cambia la Tua Vita con un Click lo faceva), balla, fa lo scemo, sfrutta la sua parlata e letteralmente fluttua dentro il film con una grazia infinita. Mentre Spacey sembra appesantito dal film, Walken ci si diverte. Un ristoro per gli occhi stancati da tutto quello zucchero.
Nota finale: nonostante quel che si poteva auspicare e sperare l’interazione tra Walken e Spacey non lascia mai margine per la nota imitazione che il secondo fa del primo.

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