Venezia 74 - Loving Pablo, la recensione

Molto ingenuo e un po' provinciale, Loving Pablo è lo stesso la miglior ricostruzione di una storia che ormai abbiamo sentito tantissime volte

Critico e giornalista cinematografico


Condividi
Ha il punto di vista migliore per raccontare Escobar Loving Pablo, è evidente già dalla prima scena, da quando si capisce che tutto il film sarà narrato da Virginia Vallejo, cioè Penelope Cruz, amante del boss e volto televisivo della Colombia. Contribuisce non poco all’impressione il fatto che Penelope Cruz appaia in grandissima forma, truccata, vestita e parruccata in maniera eccessiva mentre lavora benissimo sul personaggio di una donna dall’intelligenza finissima ma dalle debolezze acute, non diversa quindi da Escobar stesso.

Arrivando quasi per ultima questa quarta versione della storia del re del cartello di Medellin (Narcos, Escobar con Benicio Del Toro e poi Barry Seals) sa lavorare davvero sui pregi del cinema. Riassume gli eventi ormai noti in fretta e sceglie di mettere la lente d’ingrandimento su un aspetto in particolare: la storia d’amore dei due e come questa donna arrivista, un po’ cinica, molto furba ma anche passionale abbia visto il mondo dei trafficanti. Questa snob riesce per la prima volta a descrivere per bene il mondo sociale in cui entravano i trafficanti, riesce a spiegare dove stesse il loro fascino e come si insinuassero nel cuore di tutti.
Certo Fernando Leon de Aranoa non rinuncia ad usare il tono ormai classico per mettere in scena gli antieroi, cioè quel grottesco che viene dal contrasto tra fatti terribili e paradossi comici, ad oggi la maniera più abusata per rendere gli antieroi presentabili, però non tutto Loving Pablo è derivativo.

In una lotta impossibile con la televisione, questo film che non può vantare la precisione di Narcos, ha però la forza della sintesi. Nonostante faccia la folle scelta di far recitare due spagnoli in inglese ma con un calcatissimo accento colombiano e metta in sottofondo musiche di Santana di dieci anni precedenti ai fatti (e poi lui è di origini messicane!), lo stesso Loving Pablo è la ricostruzione più centrata di tutte. Ha infatti il tono giusto, non vuole comprendere Virginia ma mostrarla per il piccolo mostro di cinismo che era senza rinunciare al suo dramma personale. Lei, donna intelligente con il problema di essere troppo donna e quindi affascinata dal massimo del potere e dipendente dall’avere un uomo accanto, e lui, uomo geniale ma con il problema di essere troppo uomo, alla ricerca del dominio e delle dimostrazioni di forza.

Simili ma diversi i due possono essere visti e capiti davvero come esseri umani solo attraverso il loro rapporto. Per questo il film fallisce quando si concentra di più su Pablo e meno su Virginia, e al contrario vola quando usa lei per mettere in scena il mondo della Colombia dell’epoca, visto da una vanitosissima donna di spettacolo. Loving Pablo quindi dimostra proprio quel che le grandi attrici lamentano, quanto cioè cinema e tv siano maschilisti e rifiutino di dare alle donne la stessa importanza degli uomini, e lo fa in maniera attiva, ribaltando tutto e sbattendo in faccia agli spettatori la verità: nessuno ha raccontato questa storia tramite una donna ed è evidente che era la maniera migliore di farlo.

Continua a leggere su BadTaste