Twin Peaks 3x06 "The Return, Part 6": la recensione
L'immaginario di David Lynch prende vita tramite collegamenti e simboli, mentre arriva un momento attesissimo per i fan di Twin Peaks
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La visione di Lynch è incorruttibile, personale, blindata. Questo è il suo lascito al cinema e alla televisione ed episodio dopo episodio appare chiaro che Showtime ha concesso carta bianca al regista. Eppure in questo gioco di simboli si trovano degli spunti metanarrativi abbastanza interessanti, proprio perché irripetibili per qualunque altro revival, data la natura unica di questo progetto. Diane, la segretaria di Dale Cooper nominata per la prima volta nel lontanissimo pilot andato in onda 27 anni fa, ora ha un volto, ed è il volto di Laura Dern.
E ci riporta anche al modo in cui era stato trattato il ritorno di Denise nella serie. Una fugace apparizione che basta a se stessa e si giustifica da sola. Sono piccoli collegamenti, simboli che tengono in piedi la struttura del mondo e le danno sostanza. In un mondo come quello di Twin Peaks ciò è più che mai importante. Lo sarà anche negli ennesimi collegamenti con Fuoco Cammina con Me, il prequel che si rivela più importante ad ogni puntata. Rivediamo Carl Rodd (un 91enne e sempre piacevolissimo Harry Dean Stanton), ossia il gestore del campeggio del roulotte nel quale viveva Teresa Banks. E rivediamo nel momento più forte dell’episodio quello che è anche l’incrocio nel quale Leland/BOB e Laura si erano scontrati con Gerard/MIKE, che accusava il primo di aver rubato la sua garmonbozia.
Ad esempio, c’è una moneta nell’incontro tra Richard e Red, ed è una moneta a guidare finalmente Hawk verso la risoluzione del mistero legato alle sue origini. Quindi la porta del bagno che dicevamo all’inizio, sulla quale tra le altre cose appare la targhetta “Nez Perce Manifacturing” (appunto una tribù indiana). Ci sono fogli, forse pagine del diario di Laura? Un avviso sulla prigionia di Cooper? Vedremo. Altro collegamento, la guerra. Il figlio di Frank e Doris era nell’esercito e si è suicidato (l’odioso Chad ci scherza sopra), e sempre un conflitto ha messo su una sedia a rotelle Linda, moglie di Mickey. L’uomo parla del fatto con Carl, e non sembrerebbe così importante se non fosse che Linda è il secondo nome pronunciato dal Gigante insieme a quello di Richard.
Duncan Todd riceve un messaggio al computer, un quadrato rosso che gli fa prendere un documento contrassegnato da un cerchio nero. Attento a non lasciare impronte digitali, Duncan fa quel che deve fare e sblocca il doppio omicidio di Lorraine e Dougie. La prima muore sotto i colpi inferti da Ike “the Spike” Stadtler.
In mancanza di una narrazione più lineare sono collegamenti ideali di questo tipo a dare sostanza al mondo e motivazione agli eventi. Piccole e sconnesse linee tracciate su fogli di carta, gli stessi consegnati da Dougie al suo capo, nei quali l’uomo vede una conferma a qualcosa che non può essere espresso ad alta voce, forse legato all’accusa lanciata da Dougie all’uomo che mentiva alla riunione. Cooper da parte sua accarezza sempre più l’idea di una liberazione e il ritorno in sé. Lynch non vuole darci quel che vogliamo, non ancora, posticipa il momento il più possibile. Il caffè, le scarpe, un vestito più familiare, la stella dell’agente appena sfiorata: tutto grida “svegliati!”. Ma non è ancora il momento.