True Detective 2x08 "Omega Station" (season finale): la recensione
La serie più discussa degli ultimi mesi giunge al termine: ecco come si è conclusa la seconda stagione di True Detective
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Nonostante la mancanza di quell'alone sovrannaturale che aveva caratterizzato la prima stagione, il fatalismo è sempre stato una caratteristica della visione di Pizzolatto in True Detective. C'è chi, come Rust Cohle, riconosce questa forza negativa quasi primordiale che permea la terra e si fa trascinare da questa, e c'è chi come Frank Semyon e Ray Velcoro risponde con un rifiuto, ai propri errori, al proprio passato, al proprio piccolo ruolo in una storia incredibilmente più grande e inafferrabile. In entrambi i casi l'esito è lo stesso: correre incontro alla morte senza sperare per il meglio, alzando lo sguardo al cielo e augurandosi che la visione non sia troppo spaventosa. Qualcuno vedrà un passaggio verso un'altra dimensione, qualcuno paesaggi troppo lontani da raggiungere, qualcuno una tomba di alberi troppo simile a quella di cui il proprio padre gli aveva parlato non troppo tempo prima.
L'altra storia da chiudere è quella di Frank, che deve vendicarsi di Osip. Già dall'addio a Jordan intuiamo come andranno a finire le cose, anche se non sappiamo in che modo. Il gangster annuncia al russo la sua morte imminente, e già quella notte, aiutato da Ray, riesce a compiere la propria vendetta in modo relativamente semplice (troppo semplice). Tutto sembrerebbe risolto, ma appunto: fatalismo. C'è un senso di morte e di oppressione costante nell'aria, fin dalla prima scena in cui Ani ricorda quel che può dell'abuso che subì da bambina. E questo ci accompagna per tutto l'episodio, ora con il fantasma di Tony che aleggia da un posto all'altro, senza mai apparire fino alla fine ma lasciandosi alle spalle una scia di cadaveri, ora con Burris che nonostante tutto riesce a sfuggire e a braccare Ray fino allo scontro finale.
Questa era la seconda stagione di True Detective. Ci è piaciuta?
C'è un sottile confine tra il fatalismo in un universo deprimente e corrotto e l'artificiosità in una storia che deve presentare un certo mood e certi eventi perché qualcuno dall'alto ha deciso così. Quest'anno True Detective ha oltrepassato più volte quel confine, giocando con gli stereotipi del genere e con i riferimenti più o meno velati alla prima stagione (che rimane infinitamente superiore), e finendo spesso per essere sommerso da questi. Pensiamo solo ai fatti di Omega Station. Frank e Ray, dopo aver liquidato senza il minimo problema – perché la storia lo impone – Osip e i suoi, vanno incontro al loro destino.
E lo fanno con relativa rassegnazione, commettendo errori su errori, come se a quel punto riconoscessero la loro morte come inevitabile e quindi si adeguassero ad un finale già scritto. Ray si isola senza speranza dopo una deviazione che ovviamente gli sarebbe stata fatale, Frank risponde a una stupida provocazione (va bene per i diamanti, ma a quel punto non importava più) e praticamente si condanna a morte. Ma è anche il messaggio vocale che non viene inviato, le deprimenti canzoni del locale che diventano colonna sonora, i traumi su traumi addossati ai personaggi.
È l'hard boiled, è il noir (tra le altre cose il cadavere in piscina di Chessani cita quello di Viale del tramonto), è Raymond Chandler, dal cui stile inoltre la serie ha ricavato l'idea per la trama ingarbugliata. Troppo ingarbugliata, più frustrante che altro nella prima metà di stagione, capace di liberarsi e costruire qualcosa di interessante solo dal salto temporale in avanti. Con un culmine emotivo e narrativo raggiunto due settimane fa, in quel festino dove, tra morbosità e degrado umano, Ani ha ritrovato una parte di se stessa troppo a lungo negata. Quindi padri che divorano figli, costringendoli a confrontarsi con cicatrici per tutta la vita, e figli uccidono i loro padri, per prendere il loro posto e diventare i nuovi carnefici.
Grande Colin Farrell nel dare forza a quello che più di tutti è stato il protagonista della vicenda e personaggio con cui era più facile empatizzare. Brava anche Rachel McAdams, con la sua Ani che ha trovato una ragion d'essere in corso d'opera. Paul Woodrough si è ripreso solo nel finale, solo nell'ultimo sacrificio, con un interprete davvero mai in grado di sostenere un personaggio scritto male fin dal principio. Frank Semyon è stato un altro personaggio che è riuscito ad convincere nel lungo termine, appesantito da improbabili monologhi nelle prime puntate (ma anche quello all'inizio dell'ultimo episodio non scherza) molto più convincente come uomo d'azione.
Non è stata una brutta stagione e tutto sommato, per il suo essere un'annata in crescita, per la confezione e i valori tecnici, per i riferimenti colti e per il lavoro di quasi tutti gli interpreti, non si può non promuovere il lavoro di Pizzolatto e soci. Parliamo sempre di una "sofferta" visione d'autore in cui non si è mai avvertita superficialità e voglia di tirar via una storia solo per dare un seguito obbligato allo scorso anno; al contrario, forse il problema è stato l'eccessiva macchinosità del tutto, quando invece tra le altre cose uno dei punti di forza dello scorso anno era stata proprio la capacità di conciliare tematiche e intreccio con l'immediatezza e il puro intrattenimento.