Thor: The Dark World, la recensione

La recensione del nuovo film dedicato al dio del tuono visto con gli occhi del fumettofilo marvelliano

Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.


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Chissà se è stato un bene o un male aspettare quasi dieci giorni prima di recensire Thor: The Dark World? Sarebbe stato meglio scrivere questo pezzo nella domenica di chiusura di Lucca Comics & Games, il giorno dopo la visione? Oppure gli occhi sarebbero stati ancora troppo pieni di effetti speciali per essere lucidi e analitici? Quel che è stato è stato e, ad oggi, l'opinione di chi scrive è che...

Il seguito di Thor è anche il seguito di Avengers. Ovviamente, penserete voi lettori intuendo che il redattore sta prendendo tempo. Jane Foster ha ripreso le sue ricerche da fisico (e che fisico) astronomico, a caccia di un modo per riabbracciare l'amato dio del tuono. Asgard è alle prese con il suo prigioniero più illustre e pericoloso, e con i malumori di un dedito ma abbacchiato Thor. Il mal d'amore non perdona. Nel frattempo, la minaccia degli Elfi Oscuri si profila all'orizzonte galattico. Creature precedenti alla creazione, che vissero nel buio assoluto prima dell'universo, e il cui unico scopo è distruggere l'abominio che esso rappresenta ai loro occhi, per spegnere nuovamente la luce su tutti i mondi esistenti. L'arma che consentirebbe a Malekith, loro capo, di farlo è stata occultata dal padre di Odino eoni fa, il quale ha anche fatto credere a tutta Asgard che gli Elfi Oscuri siano estinti per sempre.

Non è così. L'arma viene in qualche modo attivata da Jane, durante le sue ricerche. Il suo potere è più pericoloso che mai a causa di una congiunzione astrale infausta. Malekith e i suoi attaccano Asgard, ritrovano l'arma, rapiscono Jane. Thor vuole intervenire, contro il parere di Odino. Il figlio si ribella, questa volta per una giusta causa, e libera Loki, l'unico che possa farlo fuggire da Asgard attraverso i passaggi segreti usati nel primo film per infiltrare i giganti del ghiaccio. Botte da orbi, epici scontri, amore, tragedia, commedia. Parecchia commedia. Buona commedia. Ma troppa commedia. Magari ne riparliamo dopo.

Gli appassionati della saga del dio del tuono a fumetti saranno combattuti. In principio esulteranno: Loki è proprio Loki. Quello delle saghe kirbyane, quello dell'epoca classicissima. Asgardiano per forza e per motivi suoi, infido fratello combattuto e temibile, ma comunque alleato di Thor. Che è un Thor visto spessissimo su carta: impetuoso e ribelle nei confronti del padre, che agisce per un bene superiore e un senso di giustizia assoluto e non negoziabile. Persino i tre guerrieri e Sif somigliano molto di più ai nostri amati fumetti di quanto non facessero nel primo film. Per non parlare di un Odino padre/padrone assolutamente funzionante.

Ma Malekith. Dov'è Malekith? Il folle condottiero elfico che trama nell'ombra e manipola le persone? Dov'è il sorridente e spavaldo buffone sadico che fa piani per la conquista di Asgard? Non c'è. Il che, in sé, non è un male. Non siamo di quei fan brufolosi che si lamentano della poca aderenza alle storie a fumetti, giusto? Il problema è che l'elfo maledetto che conoscevamo è sostituito da un anonimo e inespressivo condottiero senza personalità, che persegue la distruzione dell'universo perché... perché... be', perché deve. Gli tocca. Stacce, Malekith. I tuoi avversari hanno ragioni personalissime per fare quel che fanno. Tu no. Non te le meriti. Tu lo fai perché è così e basta. Dal tuo punto di vista, pensa un po', hai anche un po' di ragione. Sei cattivissimo, ma nessuno sa perché, o meglio, sei cattivissimo perché devi. E così si fatica a capire perché ti si debba odiare. Non sei nemmeno pazzo, sei un elfo oscuro di Svartalfheim, e siete tutti così. Kurse, la tragica figura che nei fumetti hai tradito, ingannato, manipolato innumerevoli volte fino a renderlo il tuo inarrestabile schiavo distruttore, è un semplice soldato fedele, fortissimo. Nulla più. Ed è un po' pochino.

Ecco il principale difetto di Thor: The Dark World. Antagonisti deboli nelle motivazioni, nella psicologia, nella definizione della personalità. Era già successo con Captain America, the first Avenger, non a caso il peggiore dei film della Fase Uno, probabilmente. Non è l'unico, purtroppo. Abbiamo accennato al lato comedy. Eccessivo. Loki un battutaro sarcastico, Darcy una macchietta costante, Jane spesso a rafforzare il lato comedy, Selvig addirittura buffonesco. Tutto questo in un film il cui sottotitolo è The Dark World. Comedy ben scritto, divertente, che all'anteprima lucchese ha strappato parecchi (fastidosi?) applausi a scena aperta. Ma eccessivo rispetto alla componente tragica del film che avrebbe meritato un risalto maggiore, un peso narrativo di altra entità. Invece il tono è costantemente mantenuto basso, divertito, svagato. Semplicemente un'esagerazione. Saremmo tentati anche di accennare a scelte di sceneggiatura quantomeno discutibili e soluzioni fantascientifiche non troppo circostanziate, ma temiamo lo spoiler eccessivo, cari lettori.

Veniamo invece a quel che funziona. Loki. Poche sorprese, diciamocelo. Il principale punto di forza del primo film si conferma in questo secondo capitolo e supera le aspettative. La spalla ruba spesso la scena all'eroe grazie alla bravura ormai nota di Tom Hiddleston e al carisma del personaggio. Un ammirevole tweener tra negativo e positivo, tra eroe e villain. Una gioia per il lettore di fumetti che ne ritrova le fisionomie note. Altra cosa che funziona: le scene d'azione. Spettacolari, ben congegnate, ottimamente sceneggiate e coreografate. Queste sì, degne di un'epopea cinematografica che coinvolga il dio del tuono, che ha l'occasione di confrontarsi con un nemico temibilissimo almeno sul campo di battaglia e di trovarsi per la prima volta in seria difficoltà di fronte alla sua forza. Il film è spettacolare e coinvolgente in tutte le fasi in cui c'è da menar le mani. Per un cinefumetto non è cosa da poco.

Tirando le somme, che cos'è Thor: The Dark World per l'appassionato marvelliano? Una delusione o un successo? Un'occasione persa. Non volevamo un film nolaniano (come pare ormai vadano definite le pellicole supereroistiche dai toni oscuri), ma certamente ci si aspettava qualcosa di più. Thor necessita di epica, non solo nell'azione e nell'ambientazione, ma anche nella portata emotiva degli eventi. C'è un motivo per cui non si ride granché durante la lettura dell'Iliade. Per lo stesso motivo avremmo voluto ridere meno durante la visione di questo film. Forse, con meno battute da tormentone sit-com, ci sarebbe stato il tempo (in un film piuttosto breve per le abitudini Marvel) di costruire meglio gli antagonisti. Del resto, è sempre una questione di opportunità. Lo stesso grado di commedia (ci lanciamo in una previsione) sarà perfetto per i toni di Guardiani della Galassia. Ma qui sarebbe servito altro. Sarebbe servita una minaccia più temibile, un cattivo più detestabile. Ci sarebbe voluto più tempo per la sofferenza dell'eroe, in una pellicola che rimane sufficiente e divertente, ma che difficilmente riuscirà a scolpirsi nella memoria dei fan. Peccato.

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