The Ring 3, la recensione

Impervio a tutti i cambiamenti moderni e al mondo intorno a lui, The Ring 3, ribadisce solo le parti più sceme dell'originale senza mettere paura

Critico e giornalista cinematografico


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The Ring 3 è una gigantesca occasione persa.
Il terzo film della serie (americana) si appoggia come era prevedibile all’estetica fondata da Gore Verbinski nel 2002 e così influente da lì in poi (dalla color correction ai paesaggi), ma non solo non riesce a trovare la medesima atmosfera in cui la paura sembra permeare l’aria come fosse umidità, la cosa più grave è che non riesce nemmeno a sfruttare l’ambientazione moderna a suo vantaggio.
Alla fine della grande era delle VHS The Ring metteva in scena la paura delle major cercando di trasferirla agli spettatori. Nessun film come quello rappresentò meglio la lotta ai pirati in un’era pre-internet. Chi copia video di bassissima qualità condanna gli altri a morire, il meccanismo di copiare VHS equivale a trasmettere una maledizione. Questa trovata tra il tecnologico e l’ancestrale, così originale e stranamente accattivante per come attualizzava l’eterna dinamica di trasferire la paura negli oggetti di uso quotidiano, consentiva al film di superare anche le più ovvie scemenze.

The Ring 3 sembra non avere nessuna coscienza di questo, nonostante il tema e la fobia non abbia fatto che crescere con l’arrivo dell’home video digitale. In questa terza versione la maledizione di Samara passa dai file video che vengono facilmente copiati e diffusi e, come al solito, grottescamente viene confermata con una telefonata subito dopo la visione (come fosse un’offerta telefonica la cui attivazione viene ratificata via telefono). Ma senza nessun livello di lettura ulteriore, senza nessuna variazione dalla solita struttura, le cretinerie che prima erano sepolte da un cumulo di terrore, emergono in superficie e diventano evidenti. La novità dovrebbe stare nella scoperta delle radici di Samara, la maledetta di turno scaverà per scoprire come è nata la bambina infernale, da chi e perché. Come se davvero in un film dell’orrore importassero più le origini del personaggio di un modo inatteso di creare la paura.

Delle tantissime possibilità che ruotano attorno al concetto di “copiare per propagare il male” il film non fa nessun uso. Come se non esistesse il peer to peer, non ci fosse lo streaming online, come se l’audiovisivo, passato nel computer, non avesse cambiato modo di entrare nella nostra vita rispetto al VHS.
Addirittura anche la trovata più geniale e clamorosa del primo film, cioè le immagini di quella cassetta, quel bianco e nero disperato, quell’estetica tra il gotico e il cinema d’autore di quarta lega, è maltrattata, rimessa in scena o ancora peggio integrata con materiale nuovo e meno interessante. Là dove Naomi Watts proprio attraverso l’analisi delle immagini risaliva indietro alla foce del male (la scena del pozzo è incredibile in questo senso), rigirando il coltello nella piaga dello spettatore, mostrando e rimostrando ogni frame per trovarne l’orrore, Matila Anna Ingrid Lutz in The Ring 3 si limita ad un’indagine che sposta il centro della paura da Samara ad un prete non vedente di Vincent D’Onofrio, inevitabilmente più banale e meno interessante della bambina maledetta.

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