The Cave - Miracolo nella grotta, la recensione
The Cave è un film totalmente confuso sull’importanza del punto di vista, che su questa incredibile ingenuità strutturale butta via un’enorme apparato produttivo e una possibilità reale di mettere in scena un’azione coinvolgente.
The Cave inizialmente sembra avere una fretta incredibile di arrivare al dunque: dopo un solo minuto di film siamo già dentro la grotta, la squadra è intrappolata e i soccorsi si sono attivati. Tom Waller non ci dà il tempo di orientarci, di capire i personaggi o le forze in gioco. Forse, pensiamo, lo farà mano a mano. E invece no, perché per un’ora abbondante The Cave riesce non solo a scegliere il punto di vista più noioso possibile - quello della burocrazia e dell’organizzazione materiale del salvataggio - ma a fare una cosa sì, ahimè, incredibile: non avere un protagonista.
Tutta la fretta del mondo, quindi, per annoiare largamente il pubblico tra permessi, chiamate di esperti, facce più o meno sconvolte, reporter televisivi che ci spiegano il via vai degli aiuti inglesi, americani e thailandesi. Senza soffermarsi mai su nessuno, su niente, che ci dica dove incanalare la nostra attenzione o la nostra umana preoccupazione. L’ombra di un protagonista si intravede soltanto nell’ultima mezzora di film in Jim, il sommozzatore inglese che porta in salvo, per ultimo, l’allenatore. In quel breve lasso di tempo Waller eppure dimostra di saper giocare con la materia dell’action, di saper creare suspance. O forse a giocare a suo favore è soltanto il fatto che quello è l’unico momento del film in cui succede davvero qualcosa di rilevante. Ad ogni modo, non basta.The Cave quindi è un film totalmente confuso sull’importanza del punto di vista, che su questa incredibile ingenuità strutturale butta via un’enorme apparato produttivo e una possibilità reale di mettere in scena un’azione coinvolgente, commovente, fuori dal normale. Un film che dimostra, a sue spese, che se la realtà può essere cinematografica, il cinema deve essere sempre qualcosa di più.