Puoi Baciare lo Sposo, la recensione

Troppo episodico e lasciato alle singole interpretazioni senza però avere l'abilità di far risaltare tutti, Puoi Baciare lo Sposo non è una gran commedia ma è un primo passo importante

Critico e giornalista cinematografico


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Antonio e Paolo infatti vivono insieme a Berlino, fidanzati da qualche anno, quando uno dei due propone all’altro di sposarlo e compiendo un grande passo di farlo in Italia, perché dice “So’ bravi tutti a fare i gay a Berlino”. Le rispettive famiglie italiane non saranno proprio contente dell’annuncio. Da subito quindi un film reso possibile dalle unioni civili, che celebra il nuovo diritto conquistato anche in Italia, afferma che in realtà non è cambiato molto. O meglio non lo è nell’Italia provinciale. Perché molto di Puoi Baciare lo Sposo si basa su Civita di Bagnoregio, piccolo comune caratteristico del Lazio bene e molto inquadrato dalle riprese aeree con drone, ben raccontato a parole e ovviamente ben rappresentato nei titoli di coda.

La coppia, assieme a due strani coinquilini (una è ricca e non fa niente, l’altro è appena arrivato anche lui vittima di discriminazione, cacciato dalla sua famiglia italiana perché beccato a travestirsi), decide di andare dai genitori di uno dei due a comunicare la notizia. Accettato dalla madre, che anzi imporrà con fare militare un matrimonio in grande stile, e rifiutato dal padre, sindaco tollerante con i migranti ma omofobo con il figlio, il matrimonio sarà organizzato con l’aiuto di un reality televisivo e dovrà coinvolgere anche l’altra mamma, presentata come reticentissima e contraria ma poi convinta dal solo aver ricevuto invito a partecipare.

Non è proprio una commedia precisa e dalla sceneggiatura di ferro Puoi Baciare lo Sposo ma quel che le manca in raffinatezza lo compensa in importanza. Fino ad oggi quando i gay erano stati protagonisti di commedie italiane mainstream lo erano stati singolarmente, qui invece è per la prima volta l’amore gay a lottare per affermarsi là dove è minacciato. Non sorprende dunque che Puoi Baciare lo Sposo risponda in pieno agli stereotipi della “commedia gay”: l’amica sopra le righe, il ruolo fondamentale della mamma come bussola, il travestito macchietta e anche lo spettro di una storia eterosessuale nel passato di uno dei due, per non dire del finale musicale con disco anni ‘70...

Certo è sconfortante come questo film viva di episodi slegati tra loro e sfrutti poco e male i suoi talenti. Genovesi lascia a Dino Abbrescia il ruolo dell’alleggerimento comico (ed è l’unica scelta a funzionare davvero molto), sposta Abatantuono da carnefice a polo negativo e a un certo punto anche vittima triste dell’intreccio, dà un’eccessiva centralità a Monica Guerritore che recita su tutt’altri toni rispetto al resto del cast, eccessivamente enfatica dove gli altri sono più naturali, risultando di conseguenza stonata. Si perde così l’ottima prestazione di Salvatore Esposito, molto essenziale e misurato nel proporre un personaggio gay convincente e naturale.

Perché alla fine Puoi Baciare lo Sposo di questo parla, della “naturalezza” dell’amore omosessuale, di un’uguaglianza non tanto in termini diritti ma proprio di umanità. Nonostante infatti storie e modi di vivere l’amore omo ed eterosessuale nel mondo reale abbiano le proprie specificità, da sempre i racconti che per primi cercano di promuovere l’inclusione di figure ritenute diverse lo fanno affermando: “Sono identici a noi”. Lo fece Indovina chi Viene a Cena? per gli afroamericani, presentando un nero accettabile ai bianchi perché si comportava come loro, per poi essere superato da film fieri della specifica cultura nera, e lo fa oggi Puoi Baciare lo Sposo con l’amore omosessuale in Italia.

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