Museo - Folle Rapina A Città Del Messico, la recensione
Cinema di rapina che la usa per parlare degli ultimi, Museo sceglie il sonoro come chiave espressiva e fa un gran lavoro
La prima metà del film arriva fino alla fine della rapina, il resto ha a che vedere con quel che accade dopo, quando la merce è in loro possesso, i media non parlano d’altro e bisogna venderla a qualcuno.
Museo ha una vera e autentica perversione per il sonoro. Tutto il sonoro e in primis lo score, fenomenale perché non è quel che ci si aspetterebbe. Museo ha la colonna sonora di un melò hollywoodiano degli anni ‘50 e in certi punti riesce a trasformare la trama in una storia d’amore impossibile tra un uomo e i suoi sogni di grandezza, osteggiata dal mondo circostante (che lo ritiene giustamente un idiota) e dalla società. Ma la vera perversione si attua con i rumori di scena. La loro registrazione è curata ad un livello di maniacalità che gli consente di prendere il primo piano. Museo è un film di rumori, in cui è possibile sentire un gatto fare le fusa forte quanto i dialoghi, e in cui ogni cosa che il film intende fare (eccitare, spaventare, caricare, mettere tensione o mettere in scena i sogni) la fa con il sonoro. Ovviamente la lunga scena della rapina è l’apoteosi di tutto ciò. La penetrazione, il delicato furto, la messa fuori uso degli allarmi e tutto il resto dell’armamentario di un museo anni ‘80 (epoca in cui si svolge il film) è una festa di piccoli rumori nel silenzio tombale di un museo vuoto, usati per alimentare la paura della scoperta.
Nonostante Museo sia un film indubitabilmente moderno per le soluzioni e per il ritmo compassato ma mai noioso, si percepisce un desiderio fortissimo di cinema classico. Gael Garcia Bernal guida il duo con una tensione che ricorda le sue interpretazioni più famose, con una nervosissima tendenza a sudare, ed è magistrale nell’essere il cervello di una coppia di cretini senza mai sconfinare nella macchietta. Con degli occhi ingenui e luminosi ma anche una puzza di periferia e cialtronaggine che non riesce mai a levarsi di dosso, è contemporaneamente condannabile e amabile. In questa storia vera, che ci viene raccontata senza risparmiare crudeltà ai veri interpreti, lui è più finto del vero.
A quel punto, finita la rapina e iniziata la fuga, Museo smette di essere cinema di rapina e per chiudere il proprio cerchio, cioè per compiersi come film, imita lo stile del cinema indipendente sudamericano: vaga cercando una risposta negli ambienti, fa in modo che la noia e la stanchezza prevalgano dentro ai personaggi fino al litigio e poi si spegne. Ma fino a quel punto è una gran corsa davvero, con uno dei migliori scambi di dialoghi dell’anno (quello con il possibile cliente della merce).