Marcel!, la recensione | Cannes 75
Ambiziosissimo e molto desideroso di aderire ad un universo culturale che sta in un passato generico, Marcel! soffoca nella sua pomposità
Bisognerebbe capirlo già da un artificioso effetto della polvere sulla pellicola, dall’uso di cartelli nello stile del cinema muto e poi dal 4:3 (a dire il vero sempre più usato da moltissimi film italiani, raramente con una ragione reale) che Marcel! ha intenzioni ostili nei confronti di qualsiasi spinta innovatrice sul piano cinematografico e che sogna di essere parte del mondo della produzione culturale che sta in un passato generico che mescola molte epoche. L’idea formale e contenutistica con cui arrivare a tutto ciò però è ben più vaga delle intenzioni.
Al centro ci sono una bambina in un passato recente, una madre artista non proprio come tutte le altre né di facile gestione e il cane Marcel. Tutto è volutamente non consequenziale, si procede per accostamento di momenti diversi con un filo conduttore abbastanza chiaro, ma lo stesso questa giustapposizione non porta ad un vero senso. Ancora peggio le singole scene o meglio i capitoli (come ricorda il film con i suoi cartelli) hanno una pomposità magniloquente che facilmente infastidisce per quanto poi poco ne esca. Il film è convintissimo di essere con entrambi i piedi nel mondo dell’arte più elevata, e anche quando (di frequente) si dimostra ironico tramite un po’ di grottesco non ride mai davvero di questa pomposità, anzi ride del resto del mondo che non comprende la vera cultura.
Invece in questa umanità carichissima e sopra le righe, procedendo con questo tono difficilissimo da gestire senza sfociare nell'assoluzione totale delle proprie posizioni e visioni di mondo, si fa fatica a scorgere anche quei temi che è abbastanza evidente il film voglia trattare. Ci dovrebbe essere un discorso sulle trappole e il fascino dell’arte di strada, uno sulla perdita e la sua elaborazione, uno sulla crescita e ovviamente uno sui rapporti con madri non facili. Materiale già non facile per un racconto più ordinario (specie in un primo lungometraggio) che qui si perde totalmente nel disastro delle aspirazioni irraggiungibili e delle ambizioni sovradimensionate.