[Berlinale 2017] Django, la recensione

Django risponde molto bene alla domanda: se un produttore potesse fare un film in prima persona, come verrebbe?

Critico e giornalista cinematografico


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Ci poteva essere chiunque al posto di Django Reinhardt in Django, il primo film da regista del produttore Etienne Comar. La storia che segue un anno e mezzo nella vita del musicista zingaro belga, si muove nel 1943, nel momento di grande crisi del nazismo e racconta come Reinhardt abbia tentato di scappare dalla Francia per non essere perseguitato a causa della sua etnia.
Escluse alcune scene che aprono il film in cui Django Reinhardt viene presentato per il genio musicale che è (uno dei pochissimi nella storia della musica a fare genere a sé), il resto del film avrebbe potuto avere al suo centro un musicista zingaro qualsiasi e nulla sarebbe dovuto cambiare. Non è solo una piccola truffa (il titolo promette qualcosa che è solo una facciata) è un modo di mascherare un film per un altro.

In realtà Django risponde molto bene alla domanda: se un produttore potesse fare un film in prima persona, come verrebbe?
Nel suo tentativo di ampliare lo spettro dei fatti narrati Comar svela infatti cosa gli interessi davvero, cioè molto di più la persecuzione nazista ai danni di un artista e il potere della musica di distrarre gli animi, che l’individualità e le peculiarietà di Django Reinhardt, gli interessa molto di più la Storia della storia, più il contesto che il primo piano. Ciò che è stato già raccontato più delle possibili novità, il sicuro più del rischioso. Tutto ciò sarebbe anche una trovata interessante se nel primo piano non ci fosse una figura così ingombrante e nello sfondo non ci fossero dei nazisti così incolori. Sarebbe uno spunto buono se lo sfondo non fosse la trama più raccontata dei nostri anni, trattata con il minimo dell’inventiva e il massimo del manicheismo, e il primo piano non avesse un personaggio epico mai narrato davvero al cinema.

Invece che soddisfare chi è venuto cercando il Django del titolo, il film lo frustra mostrandone pochissimo e privandolo delle caratteristiche che lo rendono amato e degno di un film su di sé. Invece che creare un grande affresco su un tema gigante (l’arte e la guerra), crea una piccola storia in cui si battono scene troppo vicine al ridicolo (in un momento folle la musica di Django con sole due canzoni scioglie una platea di nazisti che si dà ai bagordi e si lascia concupire dalle donne inebriate dalle note del manouche). Infine regolarmente perde ogni opportunità che la trama offre per mostrare il contrasto più interessante in sceneggiatura, quello tra un artista famoso e riconosciuto (all’epoca il più grande jazzista d’Europa) e una situazione in cui la chitarra è il suo unico mezzo di sostentamento, un oggetto da cui non deve mai separarsi altrimenti non ha di che vivere.

In linea con tutto questo è anche la figura di Django, interpretata da Reda Kateb (molto aiutato da una naturale somiglianza). Non sappiamo niente del vero personaggio, così il film è libero di creare ma quando già dall’inizio lo mostra legnosissimo nel suonare si sente troppo forte il rumore della falsità. L’unica caratteristica determinante di quest’artista è come suona e vederlo fare a qualcuno che non ha la confidenza con lo strumento necessaria a scivolare con naturalezza sulla tastiera, è una rottura del patto finzionale immediata.

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