Barriere, la recensione
Uno studio sulla parola e sui corpi degli attori, Barriere parte da un testo teatrale molto datato (nonostante sia del 1983) per lavorare sulla recitazione
Una famiglia degli anni ‘50 tenuta sotto scacco da un padre amorevole ma fermo (Denzel Washington con un ammirabile capacità di ritrarre il proprio fisico fuori forma in maniera molto funzionale al personaggio), pieno di problemi, con un passato turbolento che influenza il suo presente, viene seguita lungo circa 7 anni. Un figlio al liceo vorrebbe darsi al football come tutti gli consigliano, tutti tranne il padre, una moglie devota fatica a tenere a sé un marito che ha avuto una figlia da un’altra donna, un figlio più grande non trova l’approvazione che tanto desidera. Un amico di famiglia osserva tutto. I loro problemi affondano nel passato ma li vediamo affliggere i protagonisti in un presente fatalista in cui poco sembra poter essere fatto per sfuggire al destino di conflitti.
Viene da pensare che solo così, con una fiducia ammirabile nella “presenza” degli attori capace di nobilitare un lavoro più ordinario (ma onesto) di messa in scena, Barriere possa cercare di combattere una scrittura che confessa subito la propria età, più convenzionale ancora del termine “classico”. Le sue grandi metafore (lo steccato del titolo in primis), la sua parabola fatta di un ritmo e svolte molto ordinarie, alcuni personaggi come il fratello matto con trombetta al seguito e la maniera in cui accetta la prevedibilità in una cornice che rifiuta volentieri il naturalismo a favore del grande artificio, chiamano a gran voce il cinema degli anni ‘50. E per quanto faccia tutto ciò con una grazia indubbia, lo stesso l’impressione di essere davanti ad un relitto in ottimo stato è forte.