American Gods 3x05 “La sorella sorge”: la recensione
American Gods dà i primi segnali di ripresa con un episodio che ha finalmente uno scopo e una direzione – e almeno una sequenza pazzesca
Ammettetelo: quando avete cisto che settimana scorsa American Gods non sarebbe andato in onda e sarebbe tornato solo oggi l’avete presa sportivamente e avete pensato “be’, hanno sette giorni per riordinare le idee e dare una svolta alla stagione”. Ovviamente non funziona così, ma non crediamo sia un caso se Amazon ha diffuso i primi quattro episodi come anteprima stampa e poi ha deciso, una volta che il resto del mondo si è messo in pari, di fermarsi, prendere un bel respiro e ricominciare.
Ma La sorella sorge ha qualcosa che mancava agli episodi precedenti: una direzione, un senso e un’unità tematica. È un episodio che parla di scegliersi la propria strada, di guardarsi dentro e capire che cosa si vuole dalla vita: è quello che fa Bilquis, alla quale American Gods regala una delle sequenze più spettacolari di queste tre stagioni, ed è quello che fa Tech Boy; è quello che fa Laura mettendosi alla ricerca di Wednesday in compagnia di Salim, che a sua volta vuole lasciarsi alle spalle la tormentata storia d’amore con il Jinn; è quello che prova a fare Shadow, per l’ennesima volta, ma forse questa volta per davvero. Ci sono come sempre tante, anche troppe parti in movimento in American Gods, ma per la prima volta quest’anno si muovono (circa) all’unisono, e chissà che questo non attiri l’attenzione anche di quei nuovi dèi dei quali sentiamo sempre più la mancanza, perché la loro assenza sta rimuovendo ogni forma di conflitto.
Abbiamo citato la sequenza dedicata a Bilquis, ma poiché come detto American Gods è una serie che vive anche di momenti, La sorella sorge resterà nella memoria del fandom soprattutto per la sequenza del Numero 37 – è così che Wednesday definisce una particolare forma di truffa che gli sarà utile per liberare Demetra. Il colpo è messo in atto da Shadow in collaborazione con Cordelia – che rimane il personaggio più adorabile e inspiegabile della serie, visto che a quanto pare è l’unica a non avere ancora capito di avere a che fare con un mucchio di divinità capricciose –, e la scena è presa di peso da uno heist movie alla Ocean’s Eleven, una lunga sequela di split screen doppi e tripli, moltiplicazione dei punti di vista, travestimenti e walk and talk, spalmata su un tappeto di elettronica vintage e nella quale Ricky Whittle e Ashley Reyes possono finalmente esprimersi con un registro diverso da quello su cui sono appiattiti da inizio stagione. Sono cinque minuti che da soli valgono un’iniezione di fiducia, e ci fanno sperare che, dopo aver arrancato faticosamente per più di tre ore, American Gods sia finalmente pronta a lanciarsi a tutta velocità verso... be’, qualcosa, qualsiasi cosa sia.