American Gods 1x07, "A Prayer for Mad Sweeney": la recensione
A un passo dal finale di stagione, American Gods gioca la carta del dramma in costume per costruire un racconto che ben esemplifica l'american dream
"In questa terra che non ha tempo per la magia, e non ha posto per le fate e i loro simili," come il leprechaun bolla l'America, lui ed Essie hanno trovato - non senza peripezie piuttosto drammatiche - una nuova vita, una nuova casa, a fronte di uno scetticismo crescente nei confronti degli antichi dèi. Ecco quindi che American Gods compie il passo più coraggioso dalla sua partenza, concedendosi una parentesi del tutto scollegata dalla storia di Shadow Moon e Mr. Wednesday e solo raramente inframezzata da flash relativi a Laura e Mad Sweeney intenti a un road trip di coppia, a seguito della "liberazione" di Salim. Fa piacere, inoltre, constatare come la figura del leprecauno si sia via via arricchita di sfaccettature psicologiche, sia grazie alla sapiente scrittura degli autori sia grazie alla mirabile performance offerta da Pablo Schreiber. Il suo inaspettato gesto di clemenza, che ne attesta il rimorso di coscienza per la morte di Laura, lo inserisce a pieno titolo tra i personaggi più interessanti finora presentati dalla serie.
A Prayer for Mad Sweeney non è solo il più lungo racconto di arrivo nelle Americhe finora mostrato dalla serie Starz, e non si limita certo a narrare la pur intrigante vicenda biografica di Essie McGowan, chiaro omaggio alle traversie di molte eroine della letteratura inglese (su tutte le Pamela e Clarissa di Samuel Richardson e la Moll Flanders di Daniel Defoe). Al contrario, coglie l'occasione per raccontare, attraverso un calligrafico e ironico dramma in costume (la cui estetica rivaleggia, per ambientazioni e costumi, con i migliori esempi offerti in passato dal cinema), l'origine dell'american dream, quella ricerca di una nuova vita che, in declinazioni deliziosamente diversificate, caratterizza tutti i protagonisti di American Gods: da Shadow a Odino, da Essie a Mad Sweeney, passando per Salim e Laura, la strada verso la felicità passa sempre dalla porta d'uscita del passato verso un futuro incerto, ma necessario per il raggiungimento della piena consapevolezza di sé.Che si consegua attraverso la guerra, come vorrebbe Odino, o attraverso la conquista dell'amore, come anelato da Laura e Salim, la felicità è un miraggio verso cui l'intero popolo della serie di Bryan Fuller e Michael Green marcia, a passo più o meno sicuro. È un percorso irto di insidie, e le cui deviazioni - come in questo caso o nella pregevole, quarta puntata dedicata interamente a Laura - non diluiscono la densità della trama, ma vi aggiungono semmai ingredienti che ne esaltano il sapore bizzarro e sempre più inconfondibile, delineandolo non come un mero adattamento del romanzo di Gaiman, ma come una felice - seppur rigorosa - variazione sui suoi temi universali, come diramazioni di un albero ben solido che può permettersi una folta ma coerente chioma.