Venezia 76 - Bombay Rose, la recensione
Davide che prende di petto Golia, una storia di donne, uomini, immigrati e persone in cerca di emancipazione in Bombay Rose è un modo per rappresentare un altro modo rispetto a Bollywood
Quella di Gitanjali Rao è un’altra realtà, diversa. Una che ci tiene a mostrare di disprezzare gli stereotipi di genere che il cinema indiano mainstream propone, conferma e reitera, in cui personaggi che sognano di essere quello che vedono sullo schermo imitano le star nella vita vera contro le protagoniste.
Anche solo per questo attivismo fatto tutto tramite le immagini, senza dare lezioncine a parole Bombay Rose, film d'apertura della Settimana della Critica di Venezia, dimostra un carattere pazzesco. Ci sarà tutto un film disegnato con toni caldi e un occhio spesso alla pittura sacra indiana per confermarlo. Ovviamente l’animazione, tecnicamente, non è impeccabile, perché è una pratica produttiva in cui la qualità tecnica è direttamente proporzionale al tempo e il tempo nella produzione è denaro. Tuttavia le idee visive e gli stacchi tra sogno e realtà (disegnati diversamente) di questa storia molto semplice e naif con tre personaggi in cerca d’emancipazione sono di livello (come viene usata Cuccurucucu di Tomas Mendez ad esempio è magistrale).Gitanjali Rao è istintiva e corrosiva più che brava e corretta, è forte ed ingenua al tempo stesso e così il suo film, prende di petto i suoi nemici e lo fa fare alla sua protagonista. Non è nemmeno impermeabile ad una certa autoindulgenza né ad un po’ di buoni sentimenti, non è un film di pura sperimentazione o di incredibile potenza intellettuale, è il contrario: un’opera semplice proveniente da qualcuno con le idee chiare e un occhio non male che ha forgiato da sé la propria strada e fa film senza chiedere il permesso a nessuno.