My Time at Portia, la più operosa delle simulazioni di vita - Recensione
Fare, fare e fare: la recensione di My Time at Portia
I primissimi momenti ricordano un qualunque Harvest Moon (o Story of Seasons, a seconda che siate fan della prima ora o più recenti della serie), con un'attività da rimettere in piedi. Se nella serie giapponese si tratta sempre di una fattoria, qui è la bottega da artigiano del padre del protagonista (personalizzabile a proprio piacimento, non con molte opzioni in verità), che al momento della presa di possesso consterà solo di una casetta mezza sfasciata e di un piccolo cortile, ma che nel corso del tempo si espanderà con una serie sbalorditiva di macchinari e altri oggetti non strettamente inerenti alla realizzazione di materiali e alla costruzione di nuovi strumenti da lavoro. È già dall'inizio quindi che è esplicita la natura della produzione, nella quale fare, fare e fare, certo, secondo i propri ritmi, anche in un'ambientazione serena, che non spinge alla produttività isterica, ma secondo meccaniche di gioco incalzanti, quasi inesorabili.
Quanto è distante la concezione del lavoro videoludico dei ragazzi cinesi di Pathea Games da quella di Yasuhiro Wada, il creatore di Harvest Moon. Forse è per una questione culturale, forse in My Time at Portia si riflette almeno qualcosa della straordinaria operosità del popolo cinese, e in realtà il paragone è sostenibile solo nelle meccaniche di gioco, perché la serie giapponese ha sempre nascosto sotto le molteplici attività legate alla vita da fattore una vera e propria filosofia di vita, un inno alla semplicità e alla genuinità, un messaggio che nel gioco manca. Rimane il fatto che, all'atto pratico, chiede al novizio artigiano una dedizione assoluta, che inizia con la raccolta dei materiali più comuni (legname, pietra, minerali comuni grezzi), passa attraverso la costruzione degli strumenti da lavoro più basilari per raffinarli (una fornace, una sega da tavolo) e culmina con l'accesso a materiali e strumenti migliori.
Il fattore tempo chiede al giocatore una concentrazione e una pianificazione costanti, è vero che nessuno ci corre dietro, che il gioco non tiene conto, nella realizzazione dei progetti che segnano l'avanzamento della piacevole storia che gli fa da contorno, del tempo impiegato, ma sono le meccaniche a imporle. La vita a Portia è tutto fuorché rilassante, per fortuna c'è una componente tecnica che la addolcisce, con i suoi colori accesi, con personaggi simpaticissimi e ben realizzati, con melodie che, per quanto ripetitive, scandiscono mollemente il passare delle ore. E c'è, a mettere in scena quanto si vede su schermo, una direzione artistica originale, che non si rifugia nel bucolico più tradizionale, ma sperimenta stuzzicanti commistioni con rovine tecnologiche ed evocative strutture post-apocalittiche. Peccato che il confezionamento non sia perfetto, tra occasionali rallentamenti, problemi di traduzione e un doppiaggio ancora in fieri (alcuni dialoghi sono doppiati, altri no, alcune voci sono campionate in maniera terribile).
My Time at Portia è il gioco perfetto per i programmatori compulsivi, per gli appassionati del genere, che si ritroveranno però a fare nei primissimi mesi la quantità di cose che in altri giochi facevano molto più in là, ma è difficilmente consigliabile per coloro che non rientrano all'interno di queste due categorie. È un peccato, perché sono presenti e godibili tutte le attività che da sempre denotano la simulazione di vita, come il corteggiamento e le feste di paese, ma anche di diverse, come il combattimento e un sistema di progressione ruolistico, attraverso livelli e abilità, e c'è persino una storia, semplice, ma niente affatto banale, che scandisce la progressione e tiene insieme l'immaginario del gioco. Nonostante il gioco sia formalmente uscito dall'accesso anticipato il team di sviluppo sta continuando a proporre aggiornamenti e migliorìe, non ne occorrerebbero poi molte per renderlo un irrinunciabile classico del genere, per ora ne è solo un godibilissimo esponente.