Mad Men: la recensione della sesta stagione
La migliore serie tv in onda al momento si riconferma per il sesto anno raccontandoci il percorso di distruzione del suo protagonista
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Nonostante sia sempre difficile individuare dei blocchi narrativi ben precisi nella struttura fluida, continuativa, praticamente mai spezzata da cliffhanger dello show, il leitmotiv della sesta e penultima stagione sembra individuare nel percorso di decostruzione – ancora non distruzione – della figura di Don Draper il suo punto centrale. Il sistematico smantellamento della psicologia dei propri personaggi, il loro essere continuamente plasmati non è ovviamente una novità per lo show, basti pensare al percorso di emancipazione di Peggy, al netto cambiamento di Betty, ma anche alla crescita del personaggio di Pete. Cambiamenti enormi se rapportati alla prima stagione, ma sempre raccontati con la giusta calma, senza quindi appoggiarsi banalmente su eventi clamorosi, con il risultato che, ad un certo punto, capitava di voltarsi indietro e scoprire il lungo percorso compiuto da un protagonista.
Qualcosa sembra essersi, consapevolmente, spezzata invece nel caso di Don. Riflettendo come sempre l'evoluzione dell'America e i profondi mutamenti sociali sui propri protagonisti, parlandone indirettamente, più che esaminandone le cause gettando semplicemente nel quotidiano gli effetti, quella che forse ci è stata raccontata è una figura sempre meno adeguata al proprio mondo all'avvicinarsi alla fine degli anni '60. In questa stagione Don ha perso di fatto Megan, ha distrutto quel rispetto e quell'ammirazione che sembravano intoccabili da parte della figlia Sally, ha inseguito il mito di se stesso nel tentativo di ritornare ai rapporti extraconiugali (in una scena con l'amante Sylvia tende la corda all'inverosimile dandole ordini per vedere il proprio limite), si è ritrovato ad sbagliare più di una volta con i propri clienti – fino ad una stupenda quanto fuoriluogo confessione nell'ultima puntata – per poi origliare quella che ormai è solo la sua ex pupilla passata alla concorrenza.Crollo di certezze nell'America di Nixon, nell'America che perde Martin Luther King e Robert Kennedy, che si lascia andare alla paura del Vietnam – ancora una volta mostrata indirettamente tramite una sottotrama – e alle violenze urbane. E in tutto questo tentativi di emancipazione falliti, eterni ritorni, come quello di Peggy che nel finale, vittima di una collaborazione societaria tra la Sterling e la sua, si ritrova (fisicamente) divisa tra i due uffici dei suoi capi, quello nuovo e quello vecchio. Tutto raccontato con il solito straordinario approfondimento psicologico sul quale non c'è molto da sottolineare se non la coerenza con la quale questo progetto viene portato avanti dal 2007.
Nel finale, come a riprendere, dicevamo, le fila apparentemente casuali della narrazione e tracciarne il grande disegno, Don si scontra con Ted. A trovarsi faccia a faccia due uomini molto più simili di quanto sembrerebbe. Ted, intrappolato dal suo interesse per Peggy, forza se stesso a fuggire in California chiedendo a Don il suo posto. Ciò che Ted ignora è di trovarsi ad un uomo con una situazione molto simile alla sua. A dividerli solo una scelta, quella di Don di cedere il proprio posto, di concedere a Ted la salvezza a scapito della propria. Crolla il lavoro, crolla la famiglia. Ciò che resta non è molto, ma è qualcosa da cui è possibile ricominciare. Don Draper, in piedi sul cornicione, pronto a gettarsi di sotto e farla finita. L'unica cosa che potrebbe salvarlo è racchiusa nella splendida sequenza finale: in un istante che pensavamo di non vedere mai il passato di Don, la sua casa adottiva, e il suo unico presente rimasto, i suoi figli, si incontrano. Don Draper, il vecchio mad men, è ormai morto precipitando da quel palazzo. Speriamo di potervi raccontare la nascita di un uomo nuovo, nell'ultimo anno di una serie indimenticabile.