Io e Angela, la recensione
Black Comedy che ricorre al sovrannaturale come mero pretesto, Io e Angela non riesce a staccarsi dai modelli della commedia italiana
Lo spunto di partenza ha un sapore dickensiano (Angela come "Spirito del Natale presente" che mostra al protagonista com’è veramente la sua vita) ma qui il fantastico è solo un pretesto e viene presto lasciato sullo sfondo per ricorrere a trite e ritrite dinamiche e caratterizzazione dei personaggi. Arturo maschio ingenuo e ridicolo, ignaro di cosa gli succede accanto, tra fidanzata fedifraga e madre traditrice, Angela donna sexy coattissima e strafottente. Le risate dovrebbero scaturire dagli scambi tra loro due, da un equivoco a letto, dalla goffaggine del protagonista, dalla battutina a sfondo sessuale. Ma tutto è già visto e il divertimento non arriva mai. La seconda parte, poi, con l’arrivo del villain Nero (Saverio Raimondo) frulla azione, inseguimenti, colpi di scena e agnizioni, non facendosi mancare uno scontro finale simil-noir sotto una pioggia battente e addirittura una backstory per Angela. Insomma, nonostante riparta più volte cercando di sorprendere, l’intreccio risulta quanto più prevedibile, e, anche se avesse voluto ammantarsi di una patina seriosa, riduce tutto a livello di freddura.
Il problema di fondo di Io e Angela è infatti di avere tutte le carte in regole per essere fieramente trash, ma di non abbracciare mai questa dimensione, perché più interessato a delineare un quadretto famigliare, una parabola di presa di consapevolezza di sé per il protagonista, dove dunque al sarcasmo subentra la tenerezza, e poi sfociare in un finale commovente e romantico che pare uscito da un teen movie alla Twilight. Ma il bello è che Paragnani non si accorge di mettere in scena dinamiche involontariamente ridicole, ben lontano dall'operazione di Andrea De Sica in Non mi uccidere, un teen horror sfacciatamente e consapevolmente "di secondo grado". Così, quando un personaggio dichiara: "Adoro la commedia all’italiana", citando addirittura Mario Monicelli, la implicita dichiarazione d’intenti del regista assume un significato completamente opposto.