60 anni dopo, L’occhio che uccide non ha ancora smesso di fare vittime
L'occhio che uccide è una lucida riflessione sullo sguardo. Oggi è ancora attualissimo, ma ha smesso di inquietare, superato dalla realtà
L’espressione Peeping Tom deriva dalla leggenda di Lady Godiva: una nobile anglosassone che cavalcò nuda in segno di protesta contro una tassazione ingiusta. Un garzone di nome Tom la guardò così intensamente da rimanerne abbagliato e quindi cieco.
L’assassino gira con la sua cinepresa per le strade cercando donne da uccidere. Le infilza con il treppiede e imprime su pellicola la loro morte. L’occhio che uccide è una delle prime opere cinematografiche a immaginare la possibilità di raccontare “la morte in diretta” tramite snuff film. Ma più che il voyeuristico orrore, a interessare a Powell è la dissociazione psichica del personaggio.
Il macchinario per riprendere la realtà è un oggetto quasi sessuale, molto più di quanto fece Hitchcock qualche anno prima con La finestra sul cortile (1954). James Stewart non fa l’amore con la macchina fotografica, Karlheinz Böhm sì; la tocca, la lecca, vi si rinchiude come in un grembo materno. Il prolungamento del suo sguardo, filtrato da uno schermo, origina riflessioni di lacaniana memoria. Chi è Mark? O meglio, dove inizia e dove finisce la sua costruzione dell’identità personale? E soprattutto: se è lo schermo a definire il suo rapporto con “l’Altro”, e quindi un filtro sul reale e sull’esistente replicabile infinite volte, dove sta la responsabilità individuale? Le stesse immagini con cui l’uomo è cresciuto, sottoposte ad un altro individuo avrebbero generato un nuovo Mark?
Oggi L’occhio che uccide ha mutato la sua forma: è pervasivo, è portatile. Non ci sono più le cineprese 8mm, ci sono cellulari, videocamere di sorveglianza, webcam. Lo sguardo moderno è ormai abituato a osservare la morte. Si pensi agli ultimi minuti di vita di George Floyd mostrati “a reti unificate” sui social. Ma anche all’ 11 settembre, dove la storia è cambiata in diretta televisiva. Nella modernità dove tutti noi possiamo catturare immagini di vita vera e di morte altrettanto autentica, l’orrore non viene più dalla realtà. Il cinema non può superare la realtà.
Siamo arrivati quindi al paradosso che, per terrorizzare veramente, per suscitare emozioni e pensieri distorti, bisogna agire per sottrazione. Non c’è tortura o orrore (di finzione) che possa turbare più di quello immaginato dall’osservatore. Noi, moderni Mark Lewis, non proviamo più quel sadico piacere voyeuristico ora che possiamo vedere tutto. Persino lo sguardo pornografico ha perso il senso di proibito dopo che tutto è stato fatto e tutto è stato visto. Non ci resta che il non mostrato.
E in questo L’occhio che uccide mostra i limiti del retroterra teorico entro cui è stato prodotto. Michael Powell si concentra sull’atto di guardare e di essere guardati. Ma trascura quello che oggi sappiamo essere un elemento chiave nel processare le immagini nella mente: l’empatia. Kathryn Bigelow in Strange Days fa una sorta di remake futuristico di L’occhio che uccide. Un assassino è a piede libero, la polizia lo ricerca osservando tramite una avanguardista tecnologia, i ricordi in soggettiva, archiviati in hard disk, delle vittime.
Attingere a quel ricordo di morte porta alla follia, alla paralisi cerebrale. Dopo che si è entrati nella memoria altrui, l’identità del singolo cede e va in crisi. La morte viene vissuta sulla propria pelle, viene recepita sensorialmente e non solo compresa intellettualmente.
In 60 anni di vita dell’importantissimo lavoro di Michael Powell è quindi cambiata solo una cosa: la risposta alla domanda “L’occhio uccide, ma chi uccide?”
Il cinema del 1960 diceva: “l’occhio, che va oltre i suoi confini, uccide te”. Oggi, forse, la prospettiva sarebbe ribaltata: “il mio occhio, che guarda oltre lo schermo e coglie la realtà nella sua durezza senza filtro, non uccide l’osservato, ma uccide me”.