[Roma 2013] La luna su Torino, la recensione
Non troppo lontano da Dopo mezzanotte l'ultimo film di Davide Ferrario è il suo peggiore, non diverso dai film di Federico Moccia che dice di disprezzare...
Tra i molti punti di riferimento intellettuali che snocciola nel suo ultimo film (Leopardi, D'Annunzio, il cinema muto e via dicendo), Davide Ferrario si premura anche di buttare un paio di punti di riferimento verso il basso come Federico Moccia e Spiderman. Eppure La Luna su Torino non è per nulla diverso dai pessimi film di Moccia. Certo è girato meglio (non ci voleva molto) ed è fondato su un universo culturale di riferimento molto diverso, tuttavia è animato dal medesimo vuoto umano e dalla stessa identica ripetizione ad oltranza di un piccolo microcosmo che esiste unicamente in una certa categoria di racconti o nella fantasia di una certa categoria umana.
I due hanno anche in comune un uso spregiudicato, decontestualizzato, inutile e autoincensatorio delle citazioni "colte" (quelle di Moccia lo sono inevitabilmente meno ma l'uso non cambia).
Ma anche al di là dei paragoni con ciò che professa di disprezzare, l'ultimo film di Davide Ferrario rimane un catino vuoto, un involucro riempito di sogni e frasi in francese, con personaggi che attendono un domani migliore che non sanno immaginare, e la prima sensazione non è l'ansia dell'arrivo di qualcosa o la stringente necessità di prendere le redini di una vita ma l'insostenibile lasciva ignavia del privilegio. Potersi permettere tutto, anche di lamentarsi della propria noia (di nuovo, non lontano da Moccia ma di certo non vicino all'abisso umano di La grande bellezza) in un mondo che rimpiange i bei tempi andati del muto, disprezzando quelli moderni dei manga (così vengono chiamati gli anime erotici da parte di un personaggio che dice di amarli: manga) o di Spiderman, film che un ragazzo in prova della protagonista vorrebbe vedere ricevendo in risposta la delusione di lei che si emoziona solo con il cinema muto.